LA  BARISTA

(Sonia Fantozzi)

Chissà quale fantasticheria condusse il musicologo Giulio Confalonieri a pensare alla Taverna del Jamaica dell’omonimo film di Hitchcock, suggerendo così il nome da attribuire al nuovo locale meneghino in via Brera. Era il 1911. Dal Bar Jamaica  è transitata la storia del Novecento: politici, artisti, intellettuali. Elio Mainini, proprietario del locale, fu un potente catalizzatore: organizzava mostre, radunava gli esponenti delle avanguardie artistiche e letterarie. Il Jamaica divenne il salotto prediletto da ogni intellettuale, scrittore, pittore che si trovasse a passare da Milano. Qui non si chiudeva mai, e si faceva credito a tempo indeterminato a giovani pensatori squattrinati e a pittori che non vendevano quadri. Poi arrivarono giornalisti e gente di spettacolo, qualcuno già famoso, altri di belle speranze destinate a rimanere tali. In seguito fu la volta della Beat Generation e del grido poetico di Allen Ginsberg, il quale ai tavolini del Jamaica trascorreva interi pomeriggi.

Il Novecento si è concluso da qualche mese, è il secolo scorso. Stando dietro al banco osservo l’umanità che popola il locale: turisti, curiosi attirati dalla sua fama, gente che se la tira. Le idee, i fermenti, gli azzardi fantasiosi, non ci sono più. I muri non parlano, eppure qui dentro si percepisce qualcosa che altrove non c’è: un sogno, un’ambizione, un rammarico. La nostalgia per dei ricordi inafferrabili, che questi muri serbano per sé.

Sono stata diverse altre cose, prima di divenire barista.

Questa storia non inizia dalla mia nascita e nemmeno dalle prime esperienze di cui abbia memoria, non è questa la storia che intendo raccontare, bensì quella che parte dal momento in cui si è alzato il primo colpo di vento.

Faceva senz’altro un caldo soffocante nell’angusto bilocale in cui vivevamo, ma non me ne ricordo affatto. Milano, breve traversa di viale Monza, una vecchia casa dentro uno stretto cortile; l’appartamento aveva  due sole finestre, poste sulla stessa facciata: doveva fare davvero caldo, sia nell’estate del ’78 che in quella del ’79.

“Sei il mio amore, la mia migliore amica, la mia compagna, la mia amante, la madre dei figli che vorrò, e sei la mia puttana”.

Ecco da dove incomincia la mia storia: dall’incontro che mi aveva condotta a quell’istante sublime e alienante. L’Università, la famiglia, gli amici di prima: tutto accantonato, nulla più contava, nulla che esulasse da quell’abbraccio vorace. A poco più di vent’anni si fanno, queste sciocchezze. Si cade in un doppio inganno: quello di credere nella longevità di una passione furibonda e quello di ritenere di cavarsela sempre, senza grossi danni. Invece, la passione si allenta e si esaurisce senza sfociare in un sentimento pacificato, mentre dentro qualcosa si rompe e resterà rotto per sempre.

Malgrado fossi lusingata dall’attribuzione di quei ruoli e affascinata dal loro essere complementari, mi allarmava sempre un poco l’accenno ai figli che lui avrebbe voluto: m’inquietava persino in quei momenti in cui il raziocinio si dileguava allegramente per lasciare che i sensi governassero insieme alle emozioni. Non mi turbava affatto l’accostamento madre-puttana: però, se per la seconda condizione sentivo di possedere una certa attitudine, nei confronti della prima nutrivo molte riserve.

Molte donne della mia generazione avevano rivendicato  la legittima facoltà di soddisfare il proprio desiderio  in assenza del viatico dell’innamoramento, con il solo fine di ricercare il piacere. Soprattutto, senza che ciò fosse considerato riprovevole. Ecco allora che il termine  puttana perdeva il valore di insulto e la pretesa di giudizio morale,  indicando l’applicazione del libero arbitrio a una sfera assolutamente privata e personale, perciò insindacabile.

Secondo la mia esperienza,  non erano e non sono molti i maschi pronti a comprendere e accettare davvero un simile cambio di paradigma,  indipendentemente dalla loro età.

In quanto a mettere al mondo dei figli, ciò non rientrava nelle mie aspirazioni: la deformazione del corpo durante la gravidanza mi suscitava un apprensivo disgusto; soprattutto, non potevo accettare il legame indissolubile che un figlio rappresenta, né ero disposta a prendermi cura di un individuo il quale, per molti anni, sarebbe dipeso totalmente da me, dalla mia presenza, dalla mia sollecitudine. Allora tendevo a non considerare definitiva la mia posizione, ma anche in seguito non avvertii l’istinto nobilmente animale di procreare al fine di preservare la specie, e nemmeno l’esigenza del tutto umana di lasciare una traccia futura, mettendo al mondo un individuo che avrebbe seguitato ad appartenermi.

Comunque, come è mia abitudine, pensavo che mi sarei preoccupata se e quando la faccenda, da aspirazione vagamente programmatica, si fosse tramutata in progetto concreto. Non feci in tempo, in ogni caso.

In gioventù, quando un amore finisce (male, è implicito nella fine di tutti gli amori giovanili troppo esigenti), ci si aggrappa alla giusta presunzione di avere  molto tempo da vivere e che tante cose possano ancora accadere.  Ci si sente a pezzi, feriti, arrabbiati; si aspetta il mattino in cui, alzandosi dal letto, ci si reggerà meglio sulle gambe. Quando quel mattino arrivò, ritrovai il gusto di certe notti passate a rincorrere un attimo fuggente, ma ripresi anche gli studi interrotti buttandomi sui libri con determinazione e finii per laurearmi in filosofia.

Scoprii dopo qualche tempo una cosa banale, descritta meravigliosamente da Cesare Pavese molti anni addietro, ovvero che “nulla è più inabitabile di un luogo dove si è stati felici”. Strade, cinema, ristoranti e altri locali milanesi, dapprima innocentemente anonimi, erano stati il palcoscenico inconsapevole di una storia vorticosa durata appena due anni. Ormai mi facevano soffrire e struggere per ciò che avevo perduto ma, peggio ancora, per tutto ciò che non era stato; così, compresi che dovevo andarmene. Ebbi un inatteso colpo di fortuna trovando lavoro nella redazione di una rivista di viaggi e turismo. Avrei fatto parte di un piccolo gruppo di aspiranti giornalisti impegnati come “galoppini”, che venivano spediti in giro per il mondo insieme a un fotografo, con il compito di recensire alberghi e villaggi vacanza ma anche di raccogliere informazioni utili a suggerire ai lettori itinerari interessanti e alternativi a quelli più noti. Non ebbi alcuna esitazione a lasciare un impiego noioso e meglio retribuito, l’idea di un perenne e concitato movimento era troppo allettante. Gli articoli da pubblicare li scrivevano i giornalisti veri sulla base dei nostri appunti, ma era divertente e quella forma di nomadismo sovvenzionato si adattava perfettamente alla mia irrequietezza.

Mi chiese di vederci all’improvviso, pochi anni dopo il nostro addio; accettai senza valutare le conseguenze, di nuovo, e pensando di avere ormai reciso ogni legame, tanto da poter sopportare quell’incontro.

“…sei ancora la mia puttana”

“…sono la puttana di chiunque vuole che lo sia”,

avevo replicato con brutale sincerità e con compiaciuta cattiveria. Allora lui mi aveva rivolto uno sguardo addolorato e per questo lo avevo odiato, comprendendo che non avrei saputo perdonare il suo tradimento, ma nemmeno sarei riuscita a distaccarmi del tutto da quell’amore che non sentiva ragioni. A meno di ucciderlo per cancellarlo, e lo avrei fatto, in quel momento: però, avevo solo il rimpianto e l’astio con i quali trafiggerlo, e nient’altro.

“Non più amica, tanto meno compagna, né madre dei figli di nessuno, occasionalmente e per brevi periodi amante, spesso semplicemente puttana. Questo è ciò che sono adesso, amore mio”.

Con tale affermazione avevo scientemente escluso qualsiasi possibilità di riconciliazione.

Fortunatamente, il giorno appresso sarei partita per un lungo viaggio        nell’Australia Meridionale.

Prima di imbattermi in quella forma di amore sapevo così poco di me: fino ad allora avevo visto solo la superficie appena increspata dell’acqua, senza scorgerne la tumultuosa profondità.

Dopo, mi resi conto che se potevo rinunciare ai sentimenti per cautela o per supposto disinteresse, non avevo nessuna intenzione di fare a meno del sesso, che presi a praticare con tenace disinvoltura.

Mi è capitato di domandarmi se la propensione per il sesso sia un connotato fisiologico o piuttosto un atteggiamento deliberatamente  acquisito: insomma, dipende da una chimica del corpo o della mente?

Senza avere trovato una risposta univoca ma avendone semmai ipotizzate diverse, tra loro concomitanti e interagenti, l’ho più spesso considerata una risorsa, anziché un problema, un modo per procurarsi momenti di fugace gratificazione, mantenendosi al riparo dalle complicazioni dei sentimenti.

Mi fermavo a Milano per brevi periodi tra un incarico e l’altro; ciò stabilì distanze sempre meno conciliabili con la mia famiglia, evitando tuttavia una frattura netta, tanto dolorosa quanto irrimediabile.

Il mese di dicembre dell’89 la rivista di viaggi pubblicò l’ultimò numero: non vendeva abbastanza copie per sostenere i costi necessari a mantenere la linea editoriale che i fondatori avevano scelto, e cambiare taglio non avrebbe reso il periodico competitivo. I galoppini e i fotografi, con i quali per otto anni avevo intrattenuto rapporti superficialmente affettuosi, si dispersero e, come era logico aspettarsi, si dileguarono velocemente.

A Milano mi sentivo in trappola, mi mancavano gli aerei e i luoghi remoti, gli imprevisti e la stanchezza del corpo, le stamberghe e gli alberghi con la Jacuzzi in camera, i paesaggi ignoti e gli incontri di una notte, effimeri e meravigliosi, perfettamente incastonati nel ricordo di un posto lontano.

Dovetti arrendermi alla sedentarietà di un impiego in una piccola casa editrice  che dedicava molta attenzione alla ricerca di autori esordienti di talento. Fui assunta come selezionatrice: dovevo leggere una parte delle numerose opere proposte da aspiranti scrittori e individuare quelle eventualmente interessanti, che sarebbero state esaminate da una commissione editoriale, cestinando le altre.

La sera cercavo di scrollarmi di dosso le insignificanti narrazioni alla cui lettura dovevo dedicarmi durante il giorno, infilandomi talvolta in altre, reali ma altrettanto immeritevoli di considerazione. Trascorse così poco più di un anno, durante il quale m’impegnai affinché i contatti con la mia famiglia mantenessero il carattere e il ritmo di un rapporto cordialmente distaccato, ed era un accomodamento che sembrava accontentare tutti.

I miei genitori scomparvero nel corso dei tre anni successivi e, sebbene non potessi affermare di patire la mancanza di una relazione tanto problematica, ebbi comunque  coscienza della perdita di un punto di riferimento inalienabile e di una conseguente sensazione di doloroso sradicamento.

Penso che questa consapevolezza sia stata la ragione per cui accettai di andare a vivere con una specie di fidanzato che negli ultimi mesi era divenuto una presenza più costante. Di diversi anni più vecchio di me, con una situazione economica decisamente solida e molto innamorato: in quel momento fui senz’altro attratta dalla stabilità che mi offriva. Era un uomo affidabile e piacevole al quale ho voluto bene senza riuscire ad amarlo, pur apprezzandone le numerose qualità. Appena un anno più tardi, un giorno mi ritrovai a osservare un breve gesto compulsivo che di tanto in tanto compiva: pensai che per quell”atto innocente e innocuo un giorno avrei persino potuto ucciderlo. Di colpo realizzai quanto mi irritasse la sua irremovibile rettitudine, così come la sua immobilizzante cautela, e trovai opprimenti le sue amorevoli attenzioni. La stabilità aveva prodotto un tedio insopportabile; ne dedussi che, probabilmente, era stata solamente un’aspirazione momentanea e contingente.

Me ne andai durante una sua assenza di qualche giorno a causa di un viaggio di lavoro. Mentre radunavo le mie cose, mi accorsi di quanto mi fossi sempre considerata di passaggio, sia nella sua casa che nella sua vita. Mi congedai con uno scritto laconico e inoppugnabile, lasciandolo a porsi domande le cui risposte non avrebbe potuto comprendere, né reggere.

Non avevo voluto disfarmi del mio appartamento, nel quale era andata a vivere l’amica che non mi aveva mai lasciata e che non avevo mai lasciato. Rimase anche dopo il mio ritorno cedendo alle mie insistenze, e ricominciammo ad almanaccare sulla prospettiva consolante di invecchiare insieme.

A parte l’inedita e felice coabitazione con la mia amica, ripresi la mia vita dal punto esatto in cui avevo cambiato direzione, ritrovando intatte abitudini e pulsioni, tutto esattamente come prima.

E questo chi sarebbe?

Fu il mio primo pensiero allorché mi svegliai una notte in un letto sconosciuto, in una casa sconosciuta, da qualche parte a Milano, osservando il tizio che dormiva beatamente accanto a me. Poi ricordai: Maurizio, spocchioso giornalista che scriveva sulla Gazzetta dello Sport. Lo avevo incontrato al Rose’s, discoteca in piazza San Babila: attraente, antipatico, lo avevo rimorchiato per il gusto della sfida, perché era uno che amava corteggiare ma poi si sottraeva, e perché ne avevo voglia.

Si era rivelato un amante poco fantasioso che pareva essere sempre in posa per una foto, attento a non spettinarsi e persino schizzinoso, certo da non tenere in considerazione per un secondo giro. Abitava in un bell’appartamento, arredato con professionale buon gusto e privo di personalità.

Scivolai fuori dal letto, raccolsi le mie cose, mi rivestii velocemente e uscii, tirandomi silenziosamente l’uscio dietro le spalle.

Era novembre, le quattro di una domenica che si preannunciava grigia, un mattino che era ancora notte. Strade deserte e bagnate di umidità; da via Corridoni  (era lì  che ero capitata) a viale Espinasse, dove abitavo, non ci avrei messo molto.

Era quasi bello, guidare piano su quelle strade vuote e buie.

Era strano, non sentire niente. Né caldo o freddo, nessun dolore, nessun desiderio, nessun pensiero di senso compiuto. Senza peso, addirittura, entità galleggiante in una stratosfera luminosa, al di sopra di un impercettibile brusio. Un frammento di memoria, sospeso come pulviscolo dentro il riflesso di un raggio di luce. Menelik e Mustafà, i due gattacci della madre (con posizioni evidentemente nostalgiche) del sindaco comunista che amministrava il borgo della campagna piemontese dove trascorrevo le lunghe vacanze estive della mia infanzia, dai nonni materni. Dinamiche familiari complicate, presumibilmente. Alla morte della donna, vicina di casa dei nonni,  ereditai le due bestiacce. Me ne presi cura e le amai molto, a dispetto dell’irriducibile selvatichezza: ma mi abbandonarono prima che ricominciasse la scuola, e ci rimasi davvero male, interrogandomi a lungo sulle ragioni del loro ostinato rifuggire dal mio affetto. In fondo, me ne ero andata allo stesso modo da chi mi voleva bene, semplicemente sfuggendo all’amore.

Era stato così dolce, quel breve momento di astrazione: d’improvviso, ebbi voglia di arrendermi, di lasciar andare via tutto. Mi riscosse il grido stizzito del clacson di un’auto che procedeva sul lato opposto della carreggiata, e rimisi le mani sul volante. Provai vergogna e paura per quel fulmineo cedimento e mi convinsi che dovevo allontanarmi da tutto ciò che lo aveva prodotto,

Qualche settimana dopo, mentre la luce opaca di un mattino invernale adagiava una patina sporca sul paesaggio cittadino, la mia amica mi osservava preparare le valigie con serena rassegnazione. Aspettando il taxi con il quale avrei raggiunto l’aeroporto, l’abbracciai a lungo, respirando il profumo fresco dei suoi capelli.

“Vieni con me”,

le dissi senza nessuna speranza, solo perché sapesse che lo avrei voluto.

“No. Devi andartene da tutto, quindi anche da me. Io sarò qui ad aspettarti. Però, fammi sempre sapere come stai”.

Mi posò un bacio leggero sulla bocca e uscì senza voltarsi. Allora piansi: per un amore perduto  e perché non sapevo lasciarlo andare, per un’amica che dovevo lasciare e che temevo di perdere, e infine per mia madre e mio padre, dai quali mi ero allontanata affinché il conflitto non diventasse scontro, senza sforzarmi davvero di mutarlo in confronto. Ma ero pronta a fuggire, ancora una volta.

Prevedendo un netto diniego, avevo chiesto comunque alla casa editrice presso la quale lavoravo un anno di aspettativa: con mia grande sorpresa, me lo avevano accordato senza difficoltà. Si erano convinti che avessi una particolare abilità nello scovare storie e autori degni di nota; pertanto, ritenevano di poter accettare quella lunga pausa.

In verità, non sapevo se mi stessi prendendo un anno sabbatico o se me ne stessi semplicemente andando via, senza nessuna intenzione di tornare, ma preferii comunque lasciare le cose in sospeso. Del resto, non è facile sfuggire alla propria ombra e si potrebbe semplicemente concludere che non è possibile, per cui un posto vale l’altro.

Però, quando arrivai a New Orleans e raggiunsi il Quartiere Francese, per un attimo mi sembrò di essere riuscita a far perdere le  mie tracce.

L’inverno a New Orleans è piuttosto mite e presenta colori gentili. Per le strade del Vieux Carré si respirava profumo di cibo speziato e mi muovevo tra una folla multicolore e multietnica, distratta dalle note musicali che irrompevano dai numerosi locali, amalgamandosi nell’etere in una misteriosa e seducente armonia. I maestosi retaggi architettonici del periodo coloniale francese risentivano delle influenze caraibiche e la commistione aveva prodotto uno scenario magnificamente stravagante.

Avevo qualche risparmio, ma dovevo cercare un lavoro qualsiasi e una stanza a buon mercato da qualche parte.

Uscendo dallo scassato alberghetto nel quale ero scesa, qualche sera dopo il mio arrivo capitai in una zona un poco fuori mano: Camminando a caso avevo lasciato le vie più affollate dirigendomi verso il bayou, la vasta area paludosa nel delta del Mississippi: itinerario che la gioviale proprietaria del mio squinternato albergo mi aveva sconsigliato di intraprendere da sola, dettaglio del quale mi sovvenni accorgendomi dei rari passanti, della scarsa illuminazione stradale e del sentore di umidità marcescente che aleggiava nell’ambiente, palpabile miasma viscido capace di appiccicarsi alla pelle e ai capelli.

 Seguendo il suono di una malinconica melodia languidamente modulata da una tromba, infilai un vicolo illuminato dal chiarore azzurro di un’insegna: Dead End Street, e il nome poteva alludere alla conformazione del corto budello ma anche (e più probabilmente) a una tenebrosa metafora. Appena sopra di essa, un balconcino con la ringhiera in ferro battuto di forma tondeggiante, decorata con motivi floreali: con la sua grazia un poco leziosa appariva del tutto fuori luogo e, paradossalmente, accentuava l’atmosfera straniante del vicolo.

Dall’interno di quello che sembrava un bar si riversava una calda luce soffusa, e la musica intrisa di inguaribile nostalgia era un richiamo potente, sebbene ne intuissi un risvolto oscuro. Potevo figurarmi l’effetto del canto insidioso delle sirene sul povero Ulisse: io, al contrario dell’eroe omerico, non intendevo opporre alcuna resistenza.

Spinsi il battente della porta a vetri e mi ritrovai dentro una stanza assai più ampia di quanto non apparisse dall’esterno: a un’estremità si trovava un palco con un piano e altri strumenti; il lato più lungo era occupato da un imponente banco in legno intarsiato davanti a una parete a specchio, attrezzata con scaffali pieni di bottiglie; nello spazio di mezzo diversi tavolini con bellissime lampade in stile liberty. Tutti gli arrredi avevano il fascino delle cose vecchie, oggetti che avevano assistito allo scorrere del tempo e osservato innumerevoli frammenti di vita.

A prescindere dalla posizione decisamente appartata, era presto per un posto di quel genere: difatti, i pochi avventori solitari stavano appollaiati sugli sgabelli davanti al bancone, ognuno intento a cercare qualcosa nel fondo del proprio bicchiere. Il trombettista smise di suonare e si avvicinò, salutandomi con un sorriso che gli raggrinzì ulteriormente il volto scavato. Doveva essere il proprietario: alto e magro, folti capelli brizzolati pettinati all’indietro, approssimativamente sulla cinquantina. La sua persona ispirava un’indiscutibile autorevolezza; nel volto spigoloso spiccavano gli occhi scuri dall’espressione attenta, quasi indagatrice, eppure amichevole. Chiesi di bere una cosa a caso, subito distratta da un cartello affisso dietro la cassa, sul quale era scritto che cercavano un barista. Seguitai a fissare l’avviso per diversi minuti e l’uomo si accorse del mio interesse.

“Devi sapere che questo è un rifugio per anime desolate. Te  la senti di affrontarle?”

Poco dopo, mi ritrovai a raccontargli gli accadimenti della mia vita negli ultimi vent’anni, seguendo un impulso sorprendente: più che un impulso, un bisogno profondo e improcrastinabile.  L’uomo mi prestava un’attenzione cortesemente distaccata, annuendo di tanto in tanto; io scorgevo la mia immagine riflessa nello specchio dietro le sue spalle ed era a quella che mi rivolgevo, spiegando per bene i fatti e le mie ragioni.

Il locale si stava animando e io tacqui, ma comunque non avevo altro da aggiungere. L’uomo mi osservò, pensieroso.

“Dunque, tu sai scovare le storie rovistando dentro la spazzatura. Vedi, nessuno finisce qui dentro per caso, né tantomeno per sbaglio”.

Fu l’unico commento ma compresi appieno il senso delle sue parole qualche tempo dopo; mi apparve invece chiaro fin da quel momento che ruolo dovesse svolgere un barista in quel posto strambo, oltre a servire da bere.

La paga che poteva offrirmi Dwayne, così si chiamava il mio nuovo datore di lavoro, era modesta ma includeva l’utilizzo del piccolo alloggio situato al piano di sopra (quello con il balconcino), così accettai subito.

Presi servizio l’indomani e col passare dei giorni notai che i frequentatori del Dead End Street si suddividevano nettamente in due tipologie. C’erano quelli che venivano per la musica ed erano i più numerosi, per effetto di un efficace passa parola: Dwayne amava il blues ma lì si esibiva chiunque gli piacesse per qualche insindacabile ragione, così si potevano ascoltare i generi musicali più disparati e le esecuzioni erano sempre di buon livello. Poi c’erano quelle che Dwayne aveva definito le anime desolate, gente che si portava appresso un fardello di disperazione o di rabbia, di rassegnazione o di odio, come un’aura negativa e percepibile emanata dal corpo e dall’animo.

Rimarcai anche un’altra stranezza: non entravano mai coppie né gruppi, esclusivamente persone sole, talvolta disposte a sfiorare la solitudine di qualcun altro, almeno per una notte.

Scoprii pure che, se l’orario di apertura nel tardo pomeriggio era certo, non lo era altrettanto quello di chiusura: si chiudeva quando i musicisti non avevano più voglia di suonare e l’ultimo disperato aveva esaurito le parole da scagliare contro lo specchio.

La notte non era fuori bensì dentro, tra quelle mura, impigliata nelle note musicali e nel fumo sospeso a mezz’aria, in uno spazio eccentrico temporaneamente separato dalla realtà, eppure indubitabilmente vero.

Mi piaceva, fare la barista.

È un mestiere che ti colloca nella posizione ideale per divenire raccoglitrice di storie, depositaria di inimmaginabili confidenze. Occorre imparare a proporsi (senza parere) come presenza assente, in un certo senso: farsi specchio ove l’altro possa vedere solo la propria immagine riflessa, accogliere qualsiasi rivelazione senza commenti che si discostino dal discreto incoraggiamento a proseguire un discorso accantonando ogni reticenza, riserbo, pudore. Non è un dialogo, non è uno scambio: il ricevitore è un campo neutro, una carta assorbente su cui si riversano parole scritte con l’inchiostro simpatico, destinate a scomparire (chissà perché definire “simpatico” un inchiostro inventato per celare  ciò che si imprime sulla carta con una pretesa implicita di continua visibilità). Si possono scoprire anime disperate e bellissime, meschine, orribili.

Uno dei primi flussi di coscienza ai quali ebbi modo di assistere scaturì da un tipo macilento dallo sguardo stralunato con una cicatrice su un avambraccio, uno squarcio che andava dal polso al gomito. Si guadagnava da vivere cacciando alligatori nel vicino bayou e parlava di questi imperscrutabili animali con rancoroso rispetto: poteva riuscire a catturarli, ma seguitava a sfuggirgli il loro modo di ragionare, e quando credeva di averlo afferrato ecco che quelli lo sorprendevano con un gesto inaspettato. Dal mondo di quell’individuo l’intera umanità era scomparsa, c’era solo spazio per la sfida tra la sua mente e quella degli alligatori.

Mi capitò di ascoltare storie di tradimenti, di amori finiti, di sciocche rivalità, di rabbiose rivendicazioni, di solitudini senza rimedio e di inadeguatezza.

Poi, una notte in cui avevamo tirato più tardi del solito e mancava davvero poco all’alba, fu Dwayne a sedersi dall’altra parte del banco.

In una vita precedente era stato un fotografo: lavorava come libero professionista recandosi nelle zone di guerra e proponendo i suoi lavori alle testate giornalistiche. Allora era giovane ed era spinto dalla necessità di documentare gli orrori di molti sanguinosi conflitti affinché questi non fossero dimenticati, per mantenere viva l’attenzione e l’indignazione. Dapprima aveva provato sconcerto e dolore, poi aveva capito che se intendeva mantenere il ruolo di testimone avrebbe dovuto spegnere le emozioni, porsi al di fuori di ciò che vedeva e smettere di cercare le storie delle persone che incontrava.

A un certo punto, si era accorto di non averne più alcuna curiosità, così si era fermato. Aveva casa a New York e nessuna voglia di farvi ritorno, dopo quasi vent’anni di vita solitaria nei posti più pericolosi del mondo non aveva nessun legame. Alla fine dell’89 era arrivato a New Orleans con l’intenzione di trattenersi appena qualche giorno ma era capitato in quel vicolo, dove aveva notato l’insegna del Dead End Street e il cartello che ne annunciava la vendita. In quel momento aveva capito cosa voleva fare.

Aveva comprato il locale per pochi soldi: era in vendita da molti anni, dopo che il proprietario era stato trovato cadavere al suo interno, sbranato da un alligatore. Poiché era piuttosto improbabile che un simile animale fosse entrato nel locale, la gente incominciò a mormorare che quel posto era infestato (come tanti altri a New Orleans). Rimase quindi chiuso per molti anni, mentre il suo valore diminuiva.

Dwayne lo rimise a posto, lo riaprì e si ripromise di ascoltare le storie di chiunque avesse voglia di raccontarle.

Quella sera si fermò da me. Successe diverse altre volte, senza che ciò mutasse la natura del nostro rapporto di rispettosa e prudente amicizia. Facevamo sesso perché  avevamo voglia di farlo senza perdere tempo con dei perfetti sconosciuti, ma non eravamo interessati alla ricerca di una relazione stabile. Ci davamo reciprocamente conforto e piacere senza nessuna aspettativa, e questo rendeva tutto più facile e più leggero.

Notte dopo notte, accogliendo le rivelazioni e i pensieri altrui, mi mantenevo in una posizione di estraneità, facendomi contenitore inanimato: nessuna partecipazione o commozione, appena la blanda curiosità di scoprire fino a quali bassezze o vette possa spingersi l’animo umano. Eppure, a poco a poco mi ritrovai a replicare l’esperienza del fotografo Dwayne in senso inverso: volevo sapere di più di certe desolazioni, volevo comprenderne le ragioni, cogliere il senso di disillusioni, di struggimenti e rancori. Soprattutto, desideravo gettare un ponte, ancorché fragile e provvisorio, tra quelle anime e la mia. Incominciai a prestare un’attenzione empatica, a porre accenni discreti di domande, distogliendo i miei occasionali interlocutori dalla loro immagine riflessa nello specchio.

E presi a scrivere quelle narrazioni tentando di riordinare il caos di certe confessioni: Storia di Henry, Storia di Annettte, Storia di Jack, Storia di Frieda…Scrivevo con furia e con passione; in pochi mesi organizzai una raccolta che mi pareva piuttosto ben riuscita.

In quel periodo, la mia amica mi riferì che si sarebbe sposata: dopo molte relazioni all’insegna del disimpegno, aveva trovato rifugio nell’affetto di un vecchio amico al quale non aveva bisogno di nascondere nulla. Aggiunse che avrebbe continuato a prendersi cura del mio appartamento, e che avrebbe seguitato ad aspettarmi.

Alla fine dell’anno sabbatico, comunicai alla casa editrice le mie dimissioni, ma proposi il mio scritto, chiedendo il loro parere. Il libro fu pubblicato con uno pseudonimo e con l’intesa che mi sarei sottratta a qualsiasi forma di promozione che mi coinvolgesse direttamente. Ebbe successo, tanto da richiedere diverse ristampe.

Rimasi al Dead End Street fino alla fine del ’99, continuando a raccogliere storie. Mi accorsi che sapevo anche inventarne ed era persino più coinvolgente. Avevo scovato una nuova via di fuga: potevo padroneggiarla, non comportava rischi, era persino produttiva.

Ero pronta per tornare a Milano. Salutai Dwayne con la certezza che non avrei più rivisto né lui né quel locale bizzarro, ma non me ne sarei mai dimenticata.

Sebbene la maggior parte dei racconti che scrivevo fossero frutto della mia immaginazione, mi ero convinta che il mestiere di barista mi aiutasse a stimolare la fantasia, a trovare spunti, inventare agganci. Tuttavia, occorreva trovare il posto adeguato, anche se l’atmosfera del Dead End Street non era replicabile, certamente non a Milano.

Mi trovavo insieme alla mia amica la sera in cui capitai in Brera per caso (o forse no, dopotutto); mi avvicinai al Jamaica con qualche riluttanza perché era uno dei luoghi che aveva assistito al mio felice stordimento e alla mia ottundente disperazione. Sulla porta campeggiava un cartello: CERCASI BARISTA.

La padronanza dell’inglese e l’esperienza maturata a New Orleans fecero una buona impressione e ottenni il posto.

Brera mantiene un indubbio fascino, soprattutto la notte, e anche se il Jamaica è un luogo che vive di ricordi non condivisibili con la maggior parte degli attuali frequentatori,  conserva una certa originalità. I turisti vi transitano prevalentemente di giorno ma quando prendo servizio io, all’ora dell’aperitivo, la fauna a poco a poco muta.  Verso mezzanotte qui ci si incontra,  ci si annusa,  ci si sfiora.

Questo non è un posto da confidenze: troppa gente, troppe chiacchiere chiassose, manca la musica. Nelle serate più tranquille alcune figure solitarie, tra gli avventori abituali, conversano volentieri ma nessuno è disposto a rivelarsi. Continuo a osservare la fretta degli altri, le loro rappresentazioni ingenue, e mi figuro scenari ipotetici e vicende a cui dare la forma di un racconto.

Ho trovato una sorta di pace, o di momentanea quiescenza. La presenza complice di Dwayne mi manca più di quanto mi aspettassi: gli invio lunghe missive per mail raccontandogli di una città che riconosco ma è cambiata, e anche del mio persistente fluttuare quieto. Lui ride di quello che definisce il mio “periodo ascetico” e mi augura che non duri a lungo.

Qualche giorno fa, mi ha scritto che da quando me ne sono andata al Dead End Street è come se si fosse fulminata una lampadina che non si riesce a sostituire: un’affermazione bislacca e tenera che mi ha fatto venire vogli di saltare sul primo aereo per New Orleans. Se con Dwayne non è stato amore, di certo era qualcosa che gli somigliava molto. Eppure, il mio posto è qui, lo intuisco senza spiegarmene la ragione, dato che quasi niente mi lega più a questi luoghi.

La mia amica mi ha aspettata, come aveva promesso, e l’ho ritrovata; però, questo suo marito simpatico e affettuoso è per lei un continuo elemento di distrazione. Non sono più al centro delle sue attenzioni e, malgrado sia felice per lei, devo ammettere che ne sono egoisticamente gelosa e sovente rimpiango il nostro prima, l’intimità profonda dalla quale nessun compagno temporaneo ci aveva mai distolte.

È un giovedì sera piovigginoso ma cade una pioggia gentile, quasi profumata: è la fine di aprile, la cattiva stagione ha fatto il suo tempo. Sono più o meno le undici, al Jamaica il giovedì è la serata dei clienti più affezionati, quelli che non amano la ressa del fine settimana. Il mio giovane collega mi sta dicendo qualcosa ma io sono distolta dall’uomo che sta entrando proprio ora, portandosi dietro una breve folata di aria umida.  C’è qualcosa di noto, addirittura di familiare, nella sua figura prestante e nell’incedere elegantemente disinvolto. Penso a un cliente fedele con il quale magari ho scambiato qualche parola; poi lo osservo ravviare i capelli mossi e un po’ lunghi con un gesto aggraziato della mano, e lo riconosco.

Sono trascorsi quasi vent’anni dal nostro ultimo incontro , eppure il suo aspetto non è così differente da allora,  come se fosse riuscito ad attraversare tutto questo tempo senza consumarsi. Sono letteralmente con le spalle al muro, posizione fisica e metaforica che rifuggo da sempre ma mi domando se, decidendo di lavorare al Jamaica, davvero non avessi immaginato (o sperato) di avere occasione di rivederlo.

E io, quanto sono mutata nell’aspetto, da allora? Sono sempre magra, portavo i capelli lisci e adesso li lascio liberi di arricciarsi come è nella loro natura, certo la mia pelle non ha più il turgore della giovinezza. Tuttavia, per quanto due decenni possano modificare l’aspetto delle persone, la voce, la gestualità e altri dettagli rimangono pressoché invariati. Eppure, quando lo avvicino per prendere l’ordinazione, mi lancia una veloce occhiata di apprezzamento e niente di più.

“Mi porteresti un cognac, per favore? Quello che vuoi tu andrà bene”.

Il timbro vocale un poco nasale, il tono educato malgrado la scelta immutata del vocativo confidenziale “tu”, il sorriso spontaneamente affabile.

Riprendo fiato e lucidità: non mi ha riconosciuta davvero, non era bravo a simulare o dissimulare. Sento riemergere una rabbia dolorosa che avevo scordato, un sentimento furioso capace di sconquassare lo stato di quiete sul quale ho fondato un equilibrio fittizio, narrando gli affetti e i tormenti degli estranei per mantenermi lontana dai miei.

Come può non riconoscere  l’amore che ci ha sedotti e sbranati, come può avere dimenticato tutto e vedere in me una sconosciuta? Ecco un altro torto che non saprò perdonargli, forse il più grave di tutti, perché è delle cose senza importanza che ci si scorda con facilità. È la terza volta, da quando lo conosco, che provo l’impulso feroce di ucciderlo, e forse stavolta lo farò sul serio.

Prima di andarsene, mi rivolge un saluto, un sorriso lieve senza parole, abbandonandomi al mio sconcertato subbuglio.

È trascorso un mese; ha continuato a comparire al Jamaica quasi ogni sera verso le undici, ombra riemersa dal passato per riacquisire sostanza, odore, suono. Si pone a un’estremità del banco, beve qualcosa, si guarda attorno ma non parla con nessuno. Di tanto in tanto cerca di agganciare il mio sguardo, nei momenti di calma lo avvicino (perché non so farne a meno) e scambiamo qualche parola, accenni di discorsi che rimangono sospesi nel ronzio di molte altre conversazioni.  Ha quasi cinquantaquattro anni, ha divorziato da tempo da una moglie più vecchia di lui ponendo fine a un matrimonio che non ha mai funzionato, lavora per Telecom da quando è arrivato a Milano dalla provincia di Foggia molti anni orsono. Se fossero coincidenze sarebbero davvero troppe, nel caso remoto in cui dubitassi di avere preso un abbaglio. Non ha figli ed è un rammarico, ma dice che forse le cose dovevano andare così.

Di tanto in tanto, mentre parla sono incantata dai movimenti fluidi e precisi delle belle mani eleganti: sembrano spostare l’aria per fare spazio alle parole ed è una mimica ammaliante che rammento con esattezza.

Ormai sono brava a inventare storie, così gli fornisco dettagli inventati di tutto ciò che è stato prima di New Orleans, perché ho deciso di recitare il ruolo di estranea al quale mi ha destinata.

Ha continuato a presentarsi con regolarità, apparentemente senza pretesa alcuna, fascinoso aracnide impegnato a tessere la sua tela lieve e robusta; presto mi toccherà decidere se si tratti di una trappola o piuttosto di un rifugio, e se sarò determinata a scoprirlo dovrò correre il rischio.

La primavera sta scivolando dentro un’estate riottosa, piove da diversi giorni alternando bufere temporalesche a tediose pioggerelle accompagnate da temperature più consone a ottobre che a giugno.

Ieri era venerdì e verso mezzanotte il locale era affollato; lui occupava il solito angolo, seguendo i miei movimenti con discrezione e con la pazienza di chi è disposto ad aspettare.

Mi sono accorta che non ha smesso di indossare jeans Wangler, gli stessi che anch’io prediligo da diversi anni: a un certo punto e senza una ragione precisa, ho abbandonato i Levi’s, che preferivo sin dagli anni ’70. Molti anni fa, su questa differenza di gusti imbastivamo finte discussioni.

A un certo punto si è spostato per fare spazio a una ragazza piccolina e impacciata che tentava di raggiungere il banco, invitandola con un cenno gentile. È stato lui a rivolgere un gesto al mio collega per richiamarne l’attenzione e la ragazza lo ha ringraziato con un sorriso timido.

Nemmeno in questo è cambiato; ha sempre manifestato un istinto di protezione solidale verso gli individui variamente deboli. Mi torna alla mente la nostra estate in Puglia, a casa di sua madre: nella compagnia degli amici compaesani c’era una sua coetanea che a più di trent’anni si comportava come una ragazzina di dodici, palesando qualche problema ignoto ma evidente. Lui, che insisteva per includerla nelle giornate al mare, era il solo disposto a spendersi per placare i suoi frequenti capricci infantili. Andava a scovarla nell’angolo in cui si era rintanata, seduta a braccia strettamente conserte, lo sguardo accigliato e ostinatamente fisso su un punto indefinito dell’orizzonte. Le parlava con affettuosa comprensione tenendo le mani fra le sue, finché quella poverina non sorrideva, convincendosi a ricongiungersi al gruppo. Anche le premurose attenzioni dedicate alla piccola figlia della sorella, affetta da un ritardo cognitivo abbastanza grave,   erano emblematiche della sua istintiva e partecipe compassione.

Tra le sue molteplici sfaccettature, questa insopprimibile gentilezza d’animo è forse quella che ho amato di più.

Credo che stia ponendo in atto una tattica di avvicinamento prudente e garbata che una sera dopo l’altra diventa più esplicita, un gioco al quale mi presto senza sapere fino a dove sono disposta ad arrivare. Intuisco che mi sto addentrando in un territorio ignoto e già noto e che potrebbero esserci conseguenze imprevedibili; cionondimeno, non intendo fermarmi. Non ne farò parola con la mia amica, né con Dwayne: è una faccenda che devo risolvere da sola  e non voglio conoscere la loro opinione.

Stasera abbiamo chiuso assai più tardi del solito, pareva che la gente non avesse proprio voglia di tornarsene a casa. L’ho perso di vista ed ero troppo indaffarata per preoccuparmene, ma alle tre passate, quando gli ultimi tiratardi si sono infine rassegnati a portare le loro anime insonni altrove e sono uscita nella notte umida, lui fumava con la schiena appoggiata al muro. Ha smesso di piovere ma il cielo è ancora pesante e buio.

“Posso accompagnarti da qualche parte?”

“Ho bisogno di aria fresca e di silenzio, dopo tutta quella confusione. Hai voglia di camminare?”

Lasciamo Brera posando passi prudenti sull’asfalto ancora lucido di pioggia, andiamo a cercare strade più quiete dove il silenzio possa accogliere qualche cauta confidenza che l’ora così tarda ci fa sembrare naturale e necessaria. I frammenti di memoria che ci stiamo scambiando sono collocati in un tempo il più delle volte imprecisato, ma certamente successivo al 1980, come se la parte precedente fosse un documento secretato. È un camminare lento e impreciso, interrotto da molte pause e anche i nostri discorsi, spezzati da frasi tronche, seguono un andamento piuttosto incoerente. Nell’aria fresca dell’alba precoce di metà giugno ho un brivido di freddo: lui se ne accorge, la mia mano stretta nella sua è nella tasca del leggero giubbotto che indossa; questo gesto antico che avevo voluto scordare mi toglie il fiato e mi fa bruciare gli occhi assai più della stanchezza che incomincia a farsi sentire.

Ci troviamo in via San Cristoforo, davanti a una vecchia casa riaggiustata alla bell’e meglio. In questa stessa via, in fondo a un cortile malandato, si trovava il locale nel quale capitavamo di tanto in tanto e dove ci divertivamo a esibirci cantando e accompagnandoci con la chitarra, che lui suonava piuttosto bene; chissà se esiste ancora.

“Io abito qui”,

dice piano. Era partito dal basso ed è tornato in basso, dunque; non posso fare a meno di fare questa considerazione ma non vi è alcuna cattiveria, semmai una riflessione sulla beffarda coerenza delle conseguenze  delle nostre scelte.

La donna per la quale a suo tempo mi aveva lasciata era molto ricca; si sono sposati ma la vita agiata alla quale aspirava non è durata a lungo e, a giudicare dai recenti resoconti sommari, non deve essere stata nemmeno gradevole. Lo osservo con attenzione nella luce timida di un primo mattino di tempo indeciso: la figura mantiene una solidità giovanile, i movimenti elegantemente fluidi; il volto, invece, appare segnato da un’afflizione che affiora da qualche angolo remoto dell’animo, la traccia di una sconfitta non rimediabile.

Senza dire una parola, abbiamo attraversato un androne disadorno e imboccato una scala dagli stretti scalini di pietra, fino al terzo piano. Si richiude la porta alle spalle e mi avvolge nell’abbraccio atteso e desiderato: affettuoso, quasi casto. Il desiderio arriva dopo, cresce sospinto dall’emozione di un sentimento ancora confuso, ma autentico e determinato a imporre il proprio valore imprescindibile.

Respiro il suo odore e penso che mi sto innamorando per la seconda volta dello stesso uomo, che non ho mai smesso di amare e, tuttavia, non è la stessa persona di allora, come non lo sono io.

Siamo stati un’equazione ignara della propria costante, un teorema imperfetto capace di confutare il suo stesso assioma: forse la nostra sorte è di essere portatori di caos, nient’altro che questo. Eppure, il destino ha incrociato di nuovo i nostri cammini, e allora mi convinco che la ragione del suo ostinato non riconoscermi risieda nella possibilità di incominciare, non di ricominciare: un altro tempo, un’altra storia.

Però, non esiste gioco della mente che sappia trarre in inganno la memoria del corpo.

Sei sempre stata il mio amore, sei ancora la mia puttana”.

Lo scosto con delicatezza e gli poso il palmo della mano sulla bocca, che capisca di non dire altro: siamo solo presente, forse futuro.

Tutto il resto, tutto ciò che era racchiuso tra i due estremi  rappresentati da amore e puttana implicava un impegno di cui non siamo stati capaci, e per ora dovremo farci bastare quello che ci è rimasto. Solo due parole, e uno spazio vuoto da occupare con altre, nuove e innocenti.

Hold me in your hands like a bunch of flowers

Set me moving’ to your sweetest song

And I know what I think I’ve known all along

Lovin’ you’s the right thing to do

(The right thing to do, Carly Simon

Tienimi tra le mani come un mazzo di fiori

Fammi muovere nella tua canzone più dolce

E so quello che penso di aver saputo per tutto il tempo

Amarti è la cosa giusta da fare.

FERIE D’AGOSTO

Erano le sette e mezza di una bella mattinata di metà settembre, l’aria infine alleggerita da una serie di temporali; nei corridoi delle terme del Diurno Venezia ristagnava già il consueto effluvio gradevole di prodotti da toeletta. Il barbiere Bruno e la parrucchiera per signore Rosanna erano usciti dalla caffetteria, profumata di caffè e paste ancora tiepide, per dirigersi verso le rispettive botteghe.

“Dovremmo deciderci anche noi a menare le tolle, cara Rosanna. Questo posto sta morendo, inutile farla tanto lunga”.

Aveva ragione, il barbiere Bruno. Era lì da un tempo sufficiente per rammentare lo splendore che si era protratto fino alla fine degli anni ’70, poi era iniziato un lento declino.

Commissionato dal Comune di Milano, che ne deteneva la proprietà, l’Albergo Diurno Metropolitano fu inaugurato nel ’26 per offrire ai viaggiatori di passaggio ogni genere di servizio per l’igiene e la cura della persona, insieme a sartoria, lavanderia, calzoleria e ufficio postale. La parte architettonica, i decori e gli arredi furono affidati a Piero Portaluppi, il quale a Milano realizzò diversi magnifici edifici tra cui Palazzo Crespi e Villa Necchi Campiglio. Costruito a Porta Venezia, sotto piazza Oberdan, l’Albergo che per i milanesi fu sempre  “il Diurno Venezia” si estendeva sotto via Tadino e un tratto di Corso Buenos Ayres. Tutto rappresentava una lussuosa celebrazione dello stile liberty e art déco, dai pavimenti alle piastrelle sulle pareti, dall’illuminazione agli impianti, compresi gli arredi delle terme e degli esercizi commerciali.

All’inizio degli anni 90, diversi esercenti se ne erano andati portandosi via mobilia e attrezzature, generando per ciò un lungo contenzioso legale con la società che gestiva il Diurno.

“La vita è cambiata e questo posto è un vecchio arnese dove la gente viene per curiosità; poi c’è qualche anziano che ogni tanto si concede un piccolo lusso, viaggiatori di passaggio se ne vedono sempre meno.  Ma volevo dire, il Pagani non s’è ancora fatto vivo?”, chiese il barbiere.

“No. Quest’anno fa le vacanze di ferragosto lunghe, si starà ancora godendo il fresco di Cortina”, ironizzò senza malevolenza la parrucchiera.

“Macché, quello è più un tipo da agosto in  riviera, sarà in Costa Azzurra. Scherzi a parte, guarda che è un bel tipo. Deve essere sulla cinquantina e sono cinque anni che viene qui a giorni alterni a lavarsi da capo a piedi, trattenendosi a ciondolare e chiacchierare o facendo lavoretti vari per questo o quello, ed è pure bravo. Forse non ha neanche una casa, perché chi è che a Milano vive in un posto senza bagno nel ‘95? Però ha i soldi per servirsi regolarmente delle terme e ogni tanto sparisce”.

“Guarda Bruno, non si può sapere com’è che uno finisce per strada, la vita è balorda. A me il Pagani fa tristezza, so che è vedovo e mi sembra una brava persona, con quella faccia lì, sempre gentile e sorridente”.

Bruno assentì ma sembrava dubbioso.

“Sarà, ma qualcosa di quell’uomo non mi torna. Speriamo che non si sia cacciato in qualche guaio”.

Diceva bene, la parrucchiera Rosanna: non si può mai sapere quale successione di eventi possa portare un uomo a perdere tutto e finire sulla strada. E quando non si possiede molto, a perdere ogni cosa ci vuole davvero poco.

Il Pagani, che di nome faceva Veniero perché sua mamma era un’originale (e oltretutto non aveva avuto nessuno con cui discutere sul nome del nascituro), era nato nel ’43 nello scantinato di una vecchia casa in via Porpora. Liliana, allora diciassettenne, era stata colta dalle doglie poco dopo che le sirene avevano dato l’allarme e mentre sua madre si trovava dal panettiere, dal quale non tornò più perché il negozio fu distrutto da una bomba. Di suo padre, partito per il fronte all’indomani di quel disgraziato giugno del ’40, non giungevano notizie da un anno. I vicini di casa l’aiutarono a crescere quel bambino figlio di padre ignoto, per sua stessa ammissione. Diversi anni più tardi, Liliana rispose con altrettanta franchezza alle domande del figlio adolescente, che si facevano sempre più insistenti.

“In quei giorni di guerra per i ragazzi della mia età tutte le regole erano saltate. Di lì a poco i maschi sarebbero stati arruolati, a meno che non riuscissero a imboscarsi, impresa decisamente pericolosa e comunque ritenuta sconveniente. Su Milano cadevano le bombe, l’ululato terribile delle sirene ci spingeva a correre come bestie cieche verso un nascondiglio. E così, alla paura e alla rabbia si sovrapponeva la furia di vivere in fretta: volevamo tutto oggi perché magari un domani non lo avremmo neanche avuto”.

Mario, Giorgio, Livio, Michele: era solo una ragazzina ma quegli abbracci frettolosi parevano un modo di affermare il proprio diritto alla vita. Poi soggiunse, con la leggerezza cinica che sfoderava per chiudere i discorsi difficili:

Speravo che, crescendo, il tuo aspetto potesse almeno suggerirmi il nome di tuo padre: ma tu niente, sei uguale a me, preciso identico. E allora sei figlio mio, e basta”.

Veniero aveva amato molto sua madre senza osare avvicinarsi troppo. Alta e bruna, gli occhi larghi e obliqui del colore degli smeraldi, il volto ovale dagli zigomi pronunciati, era di una bellezza aggressiva ed era abituata alla fatica dei lavori pesanti e alla noia della concupiscenza maschile. A volte la osservava massaggiare con la glicerina le mani arrossate dalla lisciva con cui spazzolava le scale nelle case altrui, specialmente se la sera usciva con qualcuno. Non duravano mai tanto, le sue storie, ma Liliana scollinava facilmente, scavalcando i suoi disastri come se non le appartenessero, allo stesso modo in cui suo figlio da bambino, ogni volta che cadeva, si rialzava con le ginocchia sanguinanti e mormorava, alzando le spalle, “…tanto non mi sono fatto niente”.

Mentre sua madre sgobbava tutto il giorno svolgendo il faticoso compito di donna delle pulizie, Veniero completò di malavoglia la scuola di avviamento professionale, mettendoci un anno in più a causa della predilezione per i pomeriggi di chiacchere tra perdigiorno in latteria e per le partite di biliardo, gioco di precisione nel quale dimostrava una notevole abilità.

Per interrompere una coltivazione dell’ozio potenzialmente pericolosa, Liliana lo mandò a bottega da un elettricista, amico di vecchia data che sapeva non essere proprio uno stinco di santo; però, altre risorse al momento non ne aveva e in casa servivano più soldi di quelli che lei riusciva a guadagnare. Costui gli insegnò bene il mestiere per il quale il ragazzo dimostrava una certa propensione, ma presto intuì che il talento di Veniero era un altro e quando compì diciotto anni decise di iniziarlo a un diverso tipo di attività, da svolgersi nell’ombra in senso figurato e, alle volte, anche letterale.

Eugenio Brioschi s’intendeva di impianti elettrici e aveva un discreto giro di clienti a Porta Venezia, in zona Loreto fino a Sesto San Giovanni, poi altri dove capitava; un apprendista gli faceva comodo. Magari era stato proprio tutto quell’andare di casa in casa ad avere portato alla luce l’altra inclinazione del Brioschi: perché era pure uno svaligiatore di appartamenti esperto, accidentalmente prestato alla professione di elettricista che tutto sommato poteva tornare comoda. Preferiva definirsi così piuttosto che ladro, visto che metteva in campo una specifica professionalità. Precisava anche di svolgere tale lavoro accessorio per necessità, ma non era vero. Il Brioschi si divertiva a rubare in quel modo: genuino anarchico non belligerante per vocazione, amava il rischio e provava soddisfazione nell’infrangere le regole. Ciò che ricavava dalla rivendita della refurtiva rappresentava un effetto gradito eppure secondario, e nemmeno così ragguardevole. Proprio perché si divertiva gli piacque allevare un giovane socio, il quale si confermò subito sveglio, oltre che capace di delicatezza e precisione da orologiaio. Soprattutto, con la medesima attitudine per la sfida e per lo sberleffo fini a se stessi; se poi c’era da guadagnarci, tanto meglio.

Non prendevano di mira le dimore di certe vie signorili che sulla citofoniera, al posto dei nomi degli inquilini (evidentemente troppo altolocati o noti) esponevano dei numeri; quelle erano case ben protette e raramente disabitate la cui violazione esulava dalle loro competenze. Si dedicavano agli appartamenti borghesi di lignaggio assai più modesto, curavano per settimane le abitudini degli abitanti, prelevavano soldi e gioielli quando ce n’erano, argenteria e piccoli oggetti antichi di qualche valore che rifilavano a un ricettatore all’Isola. Pagava poco ma prendeva di tutto e non faceva mai domande.

A volte non trovavano nulla che valesse la pena di rubare perché a Milano c’era anche gente che viveva al di sopra delle proprie possibilità. Una volta penetrarono in un attico pieno di pretese arredato con pochi mobili in compensato e stampe dozzinali, tanto che se ne andarono lasciando un pacchetto di caramelle Sanagola bene in vista sul tavolo, un obolo sprezzante di cui i proprietari non avrebbero colto il senso.

Liliana era al corrente del passatempo preferito del Brioschi e, quando intuì ciò che stava accadendo, al figlio disse solamente:

“Tieni bene a mente due cose: non farti beccare e non fare del male a nessuno”.

Poi aggiunse, lanciando al figlio il barattolo della glicerina che questi afferrò al volo:

“Devi avere le mani sempre morbide, ci vogliono dita sensibili per aprire in fretta certe serrature”.

Era il 1973 allorché Veniero incontrò Maddalena. Lavorava da un fornaio in via Savona dove, secondo Eugenio, facevano il pane più buono di tutta Milano, e se ne innamorò molto in fretta. Banalmente graziosa, biondina e con la carnagione diafana, pareva brillare di una luce propria, soffusa e persistente. Si affezionò ai suoi modi gentili, all’inflessione morbida della voce da messinese trapiantata al nord suo malgrado e dell’allegria con la quale affrontava le giornate che iniziavano all’alba, sorretta dalla convinzione assoluta che le cose sarebbero migliorate presto, se non l’indomani il giorno dopo ancora.

Veniero era commosso dal suo candore, che trovava incongruamente rassicurante.

Si sposarono nello stesso anno e si sistemarono in un monolocale ammobiliato (si fa per dire) in via Padova, ma poco dopo ebbero un piccolo colpo di fortuna che sembrava giustificare l’ostinato ottimismo di Maddalena. In un palazzotto in via Tadino, abitato da famiglie abbastanza agiate cercavano una coppia a cui affidare la gestione della portineria. In cambio del servizio diurno di portierato e della disponibilità a occuparsi di  manutenzioni ordinarie e generiche, offrivano un compenso modesto più l’alloggio nel bilocale destinato ai custodi e posto a piano terra, nell’androne del palazzo. I coniugi Pagani erano privi di esperienza e di referenze ma erano giovani e sani, poi si presentavano bene, con quell’aria tanto a modo, infine accettarono senza discutere il poco che gli veniva offerto.

Veniero ridusse la sua collaborazione con il Brioschi alla sola mattinata, soluzione accolta dall’altro con sollievo, dato che il lavoro era calato e faticava a pagargli lo stipendio.

Anche le incursioni negli appartamenti signorili (o aspiranti tali) diminuirono progressivamente, per la ragione che il Brioschi stava diventando vecchio ma non scemo: si era reso conto che i riflessi e la destrezza non erano più come una volta e va bene lo sprezzo del pericolo, però la vecchiaia a San Vittore non rientrava nei suoi programmi futuri.

Di tanto in tanto, Veniero faceva qualche scorreria solitaria più che altro per non disimparare il mestiere, perché lavorare senza il suo mentore era molto meno divertente. Insieme a Eugenio continuava a bazzicare un paio di bar dove a ogni ora del giorno o della sera ci si poteva mischiare a qualche combriccola di innocui scansafatiche. Sempre pronti a lamentarsi del governo, delle tasse e del tempo, quando non dovevano decidere la formazione della nazionale di calcio. Erano dei cocciuti criticoni ad ampio raggio, nati stanchi troppo impegnati a lamentarsi della sorte ingrata per trovare la voglia di cambiare il pigro corso della loro esistenza. Veniero si aggregava volentieri al coro delle lamentele per un malinteso senso di appartenenza al gruppo, perché in realtà non era così scontento della sua vita. Non aveva mai avuto grandi aspirazioni né ambizioni; viveva alla giornata cercando di faticare il meno possibile, convinto più per indolenza che per pessimismo che se quello era il suo destino, c’era poco da fare, tanto valeva accontentarsi.

C’era solo una cosa che avrebbe desiderato: una casa anche modesta ma sua, custode di cose che gli appartenessero e nelle quali potersi identificare, in luogo di squallidi locali arrangiati con pezzi di mobilia recuperati da qualche cantina.

Al pari di Eugenio, maestro indiscusso di mestieri e di vita, di fatto l’unico surrrogato di padre che avesse mai avuto a disposizione, quando scassinava una serratura Veniero era mosso dalla ricerca narcisistica del gesto audace e dal piacere di ignorare impunemente molte ideali linee di confine. Tuttavia, c’era un’altra ragione, saldamente impigliata sottotraccia, che lo spingeva a violare case sconosciute ed era riconducibile propro a quella velleità. Si trattava dell’impulso a osservare il privato degli altri, frugarne l’intimità, immaginare cosa si prova a rincasare ogni sera in un posto che si individua come rifugio elettivo. Non c’era alcuna perversione, semmai un atto provvisorio di rivalsa da parte di uno che, sin dall’infanzia, aveva dovuto muoversi in uno spazio che rimaneva estraneo, quasi prestato per caritatevole concessione, appena un riparo provvisorio dalle intemperie.

La finale dei Mondiali di calcio, disputata la sera dell’11 luglio dell’82 contro la Germania Ovest al Bernabeu, si concluse con la vittoria dell’Italia per 3 a 1. Nello stesso anno, a Palermo si contarono all’incirca duecento morti ammazzati dalla mafia: Letizia Battaglia,  donna straordinaria e fotografa al di fuori di molte regole, ne ritrasse diversi, avvolti in un lenzuolo bianco  e vegliati da figli bambini, i volti attoniti dinanzi a una tragedia incomprensibile e a un dolore soverchiante. Eppure, gli italiani avrebbero ricordato il 1982 più che altro per una coppa calcistica.

 L’Italia era campione del mondo e quella domenica sera per le strade di Milano si srotolò un’esultanza sguaiata alla quale Veniero si unì senza esitazioni. Corse anche a casa di sua madre, tifosa di calcio e innamorata di Paolo Rossi senza se e senza ma, però non la trovò. Stava ancora nella vecchia casa in via Porpora, miracolosamente scampata ai bombardamenti ma non alla corrosione del tempo, solo si era spostata in un abbaino, striminzito ma economico. Pensò che fosse andata a vedere la partita a casa di qualcuno, così rincasò mezzo sbronzo senza preoccuparsene troppo. Se ne preoccupò il giorno dopo, quando dovette aprire l’abbaino con le sue chiavi e lo trovò vuoto, ordinato e silenzioso. Era ora di pranzo, di solito Liliana era in casa. Tornò all’ora di cena, e ancora non c’era. Gli venne in mente che negli ultimi tempi gli era parsa spenta, come assorta in qualche rovello non condivisibile, lei che di solito si scrollava il malumore di dosso con un’alzata di spalle e poteva essere allegra o arrabbiata senza motivi apparenti, ma apatica, mai.

Il giorno appresso denunciò la scomparsa alla Questura di via Fatebenefratelli, dove non sembrarono dare troppo peso alla faccenda. Cinquantasei anni, donna sola, con un figlio senza mai avere avuto un marito, lavoro saltuario in un’impresa di pulizie, era uscita di casa portando con sé i documenti e probabilmente del denaro, conti correnti non ne aveva, niente nemici e forse nemmeno amici. Questo fu il laconico sunto delle informazioni raccolte; dopo una settimana, gli dissero di mettersi il cuore in pace, per loro si era trattato di allontanamento volontario.

E Veniero si mise il cuore in pace, augurandosi che la donna che non aveva mai chiamato mamma, preferendo il nome proprio perché lei voleva così, avesse trovato un modo per essere felice da un’altra parte. Si mise il cuore in pace perché, comunque, se ne era andata. Scoprire come e perché non avrebbe più potuto cambiare questo, se ne era andata.

Quella domenica di luglio, che molti milanesi avrebbero ricordato per la vittoria ai mondiali di calcio al Santiago Bernabeu e altri perché a Milano faceva caldo come a Madrid, Liliana aveva preso una decisione. Dopo un’ultima occhiata senza rimpianti al locale dal soffitto spiovente  in cui viveva da troppo tempo, si era chiusa la porta alle spalle ed era uscita nel caldo sfiancante del pomeriggio.

Qualche fermata di metropolitana ed era scesa a Cadorna, dove aveva preso il treno delle Ferrovie Nord Milano, direttrice Milano-Saronno-Laveno Mombello Lago Maggiore. Durante il viaggio si era appisolata; era sempre così stanza per via di quel mal di schiena che non passava mai, tanto che era stata licenziata a causa delle continue assenze.

A Laveno tirava un venticello tiepido che si portava dietro il sentore oleoso del lago, insieme all’aroma di fritto che usciva dai ristoranti sul lungolago. All’ora di cena era entrata in uno a caso, scegliendo un tavolo su una terrazza sporgente sulla distesa d’acqua placidamente solcata da barchette e battelli di linea, e aveva fatto una scorpacciata di pesce fritto, bevuto del vino bianco e concluso con un bel gelato. Dopo aver pagato, considerò che le rimanevano appena pochi spiccioli. Poco male, non aveva bisogno di altro.

Verso le otto le strade si erano svuotate e poco dopo dalle finestre spalancate si era riversata la bella voce chiara di Nando Martellini, impegnata a rincorrere azioni e giocatori. Liliana si era seduta su una panchina e aveva aspettato, guardando il sole che tramontava e i lampioni che si accendevano. Poco prima che terminasse la partita, mentre la luce si faceva opaca, si era diretta verso una ripida scaletta che conduceva a un piccolo porto con una colata di cemento digradante nel lago. L’acqua scuraveva riflessi argentei come il piombo fuso e mostrava la medesima consistenza, corposa e pesante. Invece no, era fresca e leggera, non opponeva resistenza. Lo scivolo in cemento si interrompeva bruscamente sulla profondità del lago  e lasciarsi andare non fu difficile, anzi, fu quasi bello. L’accompagnò il boato festoso che irruppe nella quiete della sera: all’ottantunesimo minuto di gioco Alessandro Altobelli, su contropiede di Bruno Conte, aveva segnato il terzo gol. Ancora nove minuti, poi l’Italia si sarebbe aggiudicata la terza vittoria ai campionati mondiali di calcio.

Dopo qualche settimana nessuno la cercò più e il caso, bizzarramente rispettoso della sua volontà di scomparire, fece sì che il suo corpo rimanesse per sempre incastrato nel relitto parziale di una barca, affondata decenni prima, che nessuno aveva ritenuto di recuperare: una barca e una donna, ugualmente neglette e lasciate in pace.

Si fa in fretta a perdere ogni cosa, soprattutto se si ha davvero poco. Quando Maddalena se ne andò, anche lei senza preavviso, dopo una malattia corta e brutta, si disputavano di nuovo i mondiali di calcio e stavolta in Italia. Italia ’90, vittoria beffarda della Germania Ovest, i nostri eliminati in semifinale dall’Argentina e relegati al terzo posto.

Dopo la perdita di Liliana, Veniero aveva preso a guardare la moglie con gli occhi di sua madre, la quale più di una volta l’aveva definita “brava ragazza, ma non sa proprio di niente”. A poco a poco gli era apparsa sempre di più come una pietanza insipida e il suo incrollabile ottimismo, come pure l’arrendevolezza (peculiarità di cui si era innamorato), presero a dargli un po’ fastidio. Si era via via disancorato da un sentimento sempre più tiepido, senza trovare ragioni valide per andarsene davvero; ciononostante, la sua scomparsa gli rovesciò addosso un disorientamento sbigottito e un senso di inutilità.. Poiché raramente le disgrazie si compongono di un accadimento singolo, l’amministratore del palazzo in via Tadino subito dopo il funerale gli comunicò, con tono sbrigativamente contrito, che aveva un mese di tempo per liberare l’alloggio: il contratto di lavoro prevedeva la presenza di una coppia di coniugi, non di un uomo solo.

Il Brioschi era in pensione, viveva con la moglie in un appartamento troppo piccolo per ospitarlo e aveva ancora tra i piedi una figlia che, dopo aver sprecato gli anni migliori della vita aspettando il principe azzurro, ormai non trovava neanche più un impiegato delle poste, come mugugnava sovente sua madre. Fortunatamente, il vecchio aveva conservato le chiavi di un vano nei Magazzini Raccordati in via Ferrante Aporti, anche se non pagava più l’affitto da tempo. Gli era servito per ricoverare i materiali che usava per il lavoro di elettricista e anche per occultare oggetti espropriati (gli piaceva definirli così), in attesa del ritiro da parte dell’amico dell’Isola. Dalla metà degli anni ’80 l’operatività della struttura storica dei Magazzini, un tempo legata alla distribuzione delle merci in arrivo alla soprastante stazione Centrale, era cessata, anche i grossisti e gli artigiani se ne erano andati. Quel luogo, insieme a tanti altri, era un capitolo ormai chiuso della storia di Milano, destinato a giacere nell’oblio con la sola compagnia dei suoi fantasmi e di una manciata di sventurati i quali, per via di un susseguirsi di inciampi e sbandate che nessuno aveva voglia di conoscere, avevano perso il ritmo e l’orientamento.

“…per il momento”, aveva detto Eugenio e Veniero aveva finto di crederci.

Si trattava di una stanza con qualche scaffale e un cesso con un lavabo grande come un catino piccolo, acqua calda neanche a parlarne e per fortuna c’era il Diurno Venezia. Veniero si procurò una branda e uno stendino da negozio;  si difendeva dal freddo affidandosi a una stufetta elettrica e dal caldo azionando uno sgangherato condizionatore portatile. L’elettricità se la procurava abusivamente grazie a un allaccio quasi invisibile al palo della luce più vicino. Era un bravo elettricista, all’occorrenza.  

i Brioschi lo ospitavano spesso a cena e la signora a volte si offriva di lavargli i panni. Eugenio gli faceva da segretario raccogliendo le richieste di alcuni clienti affezionati e anziani che cercavano Veniero al suo numero telefonico, come facevano anche gli inquilini dello stabile in via Tadino.

Non fu tanto difficile adeguarsi alla condizione di  “senza fissa dimora”, fascia disagiata nella quale non riteneva di essere ricompreso  perché, in fondo, un tetto sopra la testa  ce l’aveva, sebbene non ufficialmente. Del resto, le probabilità di vedersi assegnato un alloggio popolare a breve erano remote – si dava precedenza alle famiglie – e non poteva affrontare un affitto da un privato. Tuttavia, guadagnava abbastanza da non dover chiedere la carità e, aspetto davvero apprezzabile, non doveva rendere conto a nessuno di niente.

 La verità era che Veniero voglia di lavorare non ne aveva mai avuta tanta e ora più che mai puntava alla mera sopravvivenza: un riparo dalla pioggia, un pasto decente quando poteva, il bagno al Diurno Venezia, le chiacchiere, le divagazioni. Divenne un raffinato cultore dell’ozio operoso: perlustrava le vie di Milano, osservava i fiori nei parchi e i luoghi che mutavano aspetto. Era lo spirito della città a cambiare insieme ai suoi abitanti, in un intreccio di influenze vicendevoli difficile da misurare.

Prese l’abitudine di leggere  libri, quotidiani e riviste che gli altri abbandonavano sulle panchine o buttavano nei cestini gettacarte. Poi si prendeva i suoi periodi di vacanza: conosceva talmente bene le abitudini degli inquilini del palazzo in via Tadino, era stato fin troppo facile prendere possesso dei loro appartamenti quando andavano fuori città per qualche tempo, e succedeva regolarmente perché molti avevano casa in qualche luogo di villeggiatura. Dato che continuava a frequentare alcuni di loro per occasionali riparazioni, non era difficile entrare e uscire, tanto più che la nuova custode era una vecchia lazzarona  che si faceva gli affari suoi e il marito non era capace di fare niente, ecco perché chiamavano lui. Così, in quei periodi poteva persino permettersi di andare e venire come gli pareva e, se per caso incrociava uno dei custodi, bastava sfoderare il suo sorriso accattivante e tirare dritto. Non rubava niente, si godeva la quiete di una casa vuota, toglieva le lenzuola e dormiva sul materasso, guardava la tv con l’audio al minimo sdraiato comodamente sul divano, si preparava i pasti in una cucina spaziosa e accessoriata. Erano istanti di felicità; poi c’era di nuovo la durezza della strada e la solitudine, un’ombra che né l’affetto solidale del Brioschi né le relazioni cordiali con tante persone potevano scacciare, un’ombra che gli stava appiccicata come se fosse quella proiettata dalla sua stessa persona.

Se in gioventù Veniero non aveva avuto progetti ambiziosi e forse nemmeno sogni, negli ultimi anni aveva rinunciato al futuro e relegato il passato in un angolo buio della memoria. Non gli restava che il presente, un tempo ristretto e privo di prospettiva che andava dalla mattina alla sera e ricominciava, un giorno dopo l’altro.

Uno, due, tre, quattro, clic. Cinque Secondi netti. Un tempo eccellente: il vecchio Eugenio gli avrebbe fatto i complimenti, seppure non mancando di notare che era una serratura delle balle, più apparenza che consistenza. S’imbucò senza un rumore nel buio fitto, più scuro della sera cittadina per via delle tapparelle totalmente abbassate. Respirò l’odore della casa, ristette un attimo per abituare lo sguardo all’oscurità. Mancavano due giorni a ferragosto e le sue vacanze incominciavano da quell’istante.

Veniero era riuscito a forzare la serratura dell’attico dei Crespi senza rompere il meccanismo; entrare dal portone ligneo che dalla strada accedeva all’androne e al cavedio era stato ancora più facile perché, seguendo il suggerimento del Brioschi, il giorno in cui lasciò la portineria aveva già fatto un duplicato delle chiavi.

La preservazione dell’integrità del cilindro era la sua specialità, come l’abilità nel non lasciare tracce del suo passaggio. Non poteva mettere in allarme i proprietari, se intendeva seguitare ad accedere comodamente a quelle case quando erano vuote. Quindi, nessun segno di scasso. Al momento di andarsene – con qualche giorno di anticipo, per prudenza – badava a ripulire e riordinare dappertutto. Lo faceva volentieri, consolidava la relazione, ancorché a scadenza prestabilita, con l’ambiente che per poche settimane e calandosi in una finzione cosciente considerava casa sua.

Anche l’attico adiacente era disabitato nel mese di agosto ma quello gli piaceva di più, e poi il Crespi era l’amministratore che lo aveva cacciato all’indomani della morte di Maddalena e, secondo il suo punto di vista, era in debito con lui. Dopo quasi vent’anni di servizio in portineria, conosceva perfettamente le consuetudini di tutti gli inquilini, che non erano mai cambiati. Era curioso per natura e i Brioschi gli aveva insegnato ad affinare in modo mirato l’osservazione del prossimo.

Quando si fu abituato alla penombra, accese il condizionatore al minimo; dopo un bip sommesso l’apparecchio prese a ronzare come un moscone stanco. L’alito fresco non dissipò l’effluvio ristagnante ovunque, denso, dolce e speziato. Sapeva di miele e di cannella, di tuberosa e d’incenso e Veniero riconobbe la scia della signora Crespi, che invadeva scale e ascensore da un decennio, sempre la stessa. Non aveva idea di annusare la fragranza più velenosa di Dior, quell’intruglio conturbante e greve gli piaceva molto.

Alle undici di sera dai due appartamenti sottostanti, egualmente occupati da una coppia di coniugi anziani e un poco sordi, giungevano i suoni di due televisori con il volume troppo alto e sintonizzati su canali differenti, producendo una cacofonia rimbombante. Sapeva che non avrebbero spento prima di mezzanotte , per ricominciare l’indomani, rumoreggiando per buona parte della giornata. Se anche qualcuno si era nai lamentato, non aveva ottenuto risultati apprezzabili. Per lui andava bene; ai rumori ormai si era abituato e così non doveva preoccuparsi troppo di nascondere i suoi: tanto, nessuno li avrebbe sentiti.

Sistemò le provviste trasportate in una capiente sporta della spesa con le ruote, fece una lunga doccia e andò a dormire, preparandosi a due settimane di confortevole clausura, al fresco e con una quantità di libri da leggere. Per ridurre al minimo i rischi, sarebbe uscito a fare la spesa solo una volta e all’ora di pranzo, mentre i pochi condomini presenti e i custodi se ne stavano rintanati al fresco.

Il bello di un attico risiede nel fatto che è un attico: non solo all’ultimo piano del palazzo ma arretrato rispetto alla facciata e con una terrazza ampia e panoramica: questo gli consentiva di piazzarsi comodamente fuori nelle ore più fresche con la ragionevole certezza di non essere visto, dato che era in uno degli edifici più alti di quel tratto di strada, bastava rimanere al buio.  Che meraviglia, una notte d’estate nella tranquilla via Tadino, l’oscurità mitigata con gentilezza dalla luce polverosa dei lampioni, i tetti, il cielo, persino qualche stella. Poco prima di ferragosto alcune zone di Milano sono più solitarie di altre, svuotate di presenze umane. La città si riappropria della sua innocenza primigenia, ritorna il silenzio, le regole sono ancora tutte da scrivere, stavolta si potrebbe farlo meglio.

Veniero si avvicinò alla balaustra del terrazzo. Pensava al Brioschi, il quale aveva raggiunto l’età in cui ci si distacca un poco alla volta, cedendo a una serafica indifferenza nei confronti delle cose, degli affetti, della vita. Era ora di lasciare che il pensiero che da qualche tempo cercava di affacciarsi nella sua mente si organizzasse e apparisse nella sua compiutezza: il suo mentore, colui che considerava come un padre, non se ne stava andando, se ne era già andato. Il processo di elaborazione a cui si era finalmente arreso si interruppe ancora una volta, la sua attenzione subito distratta dalla luce apparsa d’improvviso su un balcone della casa dirimpetto. Non si era ritratto, quel terrazzino si trovava all’ultimo piano ma era comunque più in basso rispetto al suo punto di osservazione. Apparve una figura femminile, ben visibile nel cono luminoso prodotto dalla lampada a muro. Difficile stabilirne l’età ma non era una ragazza, fumava appoggiata al parapetto, passandosi spesso la mano libera tra i capelli lunghi e ondulati, Dopo un poco lanciò il mozzicone acceso  – un puntino rosso con una breve scia luminosa, come una piccola cometa – con un gesto brusco. La donna ristette con i gomiti appoggiati, sporgendosi ancora un poco, anche un poco troppo, poi pose i palmi aperti delle mani sul volto. Veniero ebbe l’impressione di scorgere un sussultare lieve delle spalle, non ne era sicuro. Però, la figura dall’altro lato della strada, vicina eppure così distante, trasmetteva uno scoramento che lo turbò.

Allora, un altro pensiero faticoso attraversò la sua coscienza con la medesima rapidità  del mozzicone acceso lanciato contro il buio: aveva amato Liliana con tanta distrazione da non riconoscere la sua insopportabile tristezza. Sperimentò il disagio della consapevolezza di una mancanza imperdonabile; per trarsi in salvo divagò,  rincorrendo il ricordo di un vecchio gatto nero male in arnese, un vagabondo  che si divertiva a sbirciare dentro casa dal davanzale esterno della finestra affacciata sul ballatoio in comune, nel cortile in via Porpora. Faceva forse la prima elementare e lo aveva amato con la dedizione ottusa di cui sono capaci i bambini. Poiché erano davvero poche le cose che gli appartenevano in via esclusiva, come pure gli affetti, prese a considerarlo suo. Si privava di qualche boccone per sfamarlo, “contento tu”, diceva Liliana senza opporsi. Lo chiamò Sandokan come il protagonista di due libri che gli piacevano tanto, I Corsari della Malaysia e Le tigri di Mompracem, scritti da un autore tanto fantasioso da raccontare terre esotiche senza mai essersi mosso dalla sua casa di Torino. Glieli leggeva sovente la signora Emma, affezionata vicina di casa che badava a lui mentre Liliana lavorava ed erano appartenuti al suo unico figlio, morto di spagnola a soli dieci anni nel ’19.

Il gatto Sandokan non aveva affatto l’aspetto fieramente minaccioso di una tigre ma piuttosto l’aria sbrindellata di un pirata strapazzato dalla sorte. Quando non si fece più vedere Veniero si disperò, sebbene avesse notato il pelo opaco e il progressivo deperimento. Ed ecco che, secco e letale come una fucilata, irruppe il ricordo esatto del commento di Liliana:

I gatti capiscono quando è ora di morire e preferiscono starsene da soli, per questo se ne vanno, non te la prendere, E poi dovremmo imparare da loro: a un certo punto, sparire senza tante storie e senza compagnia, che tanto non serve più a niente”.

Tutto chiaro, infine. Da quel momento in poi non avrebbe più potuto nascondersi dentro le pieghe di un’illusione. Rimaneva il mistero del dove e del come, ma svelarlo non avrebbe fatto molta differenza. In quanto al perché, era talmente personale da divenire irrilevante. Ed era qui che iniziava il tormento, anche se il dubbio di poter distogliere una persona dalla rinuncia all’esistenza potrebbe essere soltanto presunzione arrogante.

Quella notte non riuscì a dormire, disturbato da alcune considerazioni amare, uno sgradevole reflusso impossibile da contenere: sentiva che le sue fragili bbarriere difensive stavano crollando una dopo l’altra. Era inerme di fronte al fallimento più pesante, non gli restava che guardarlo, dimenticando le giustificazioni dietro le quali si era nascosto fino a quel momento. Aveva subito un torto o forse più d’uno, d’accordo, ma si era adeguato alle condizioni avverse senza nemmeno tentare di scovare una soluzione. A cinquantadue anni vagava per le strade di Milano, dormiva in un magazzino, lavorava appena quel tanto che bastava per nutrirsi e coprirsi con un minimo di decoro, di tanto in tanto si insinuava in case estranee, talvolta rubacchiando cose di poco conto.

In cinque anni era riuscito a sfiorare le vite degli altri senza lasciare segni del suo passaggio; a parte il Brioschi, nel relazionarsi con le persone era inconsistente ed effimero come certi profumi scialbi che non colpiscono i sensi né la fantasia, e non lasciano ricordi.

La mattina dopo sentì il bisogno di uscire e di camminare per le vie deserte. Non capiva come la fugace visione di una sconosciuta triste potesse averlo scosso dalla quiescenza, sbalzandolo fuori dalla sua bolla accidiosa, eppure era successo.

Mancava poco a mezzogiorno del 14 di agosto e l’asfalto del marciapiede era molle per il gran caldo; sbucò in Corso Buenos Ayres e, passando davanti a una serie di saracinesche serrate con il cartello CHIUSO PER FERIE FINO AL…si diresse verso Piazzale Loreto. Transitava qualche macchina, di turisti in agosto se ne vedevano proprio pochi e di milanesi anche, in prossimità della stazione della metro di Lima arrivavano le vibrazioni e il rumore attutito dei treni. Udì un suono cadenzato di tacchi femminili alle spalle e voltò appena la testa, poi si fermò, fingendo di cercare qualcosa nelle tasche dei pantaloni. Non aveva dubbi: era la donna della notte precedente.

Non c’era traccia di malinconia nell’incedere baldanzoso e altero che la faceva apparire più alta di quanto non fosse. Gli passò accanto e Veniero d’impulso disse “Buongiorno”, lei si fermò di colpo e lo guardò, forse cercando di capire se si conoscessero. Lui sorrise timidamente, costernato dalla propria audacia.

Mi scusi, ma siamo gli unici esseri viventi su tutto il corso…”

Lei parve rilassarsi, pensò che fosse uno strano modo di abbordare una donna per strada, ma il tipo sembrava inoffensivo e sì, in mezzo a quel corso deserto, a mezzogiorno della vigilia di ferragosto, dovevano essere di sicuro dei naufraghi finiti per caso sulla stessa riva.

“Secondo lei c’è un bar aperto, da qualche parte? Avrei dovuto partire oggi, così in casa non ho niente da mangiare”.

Veniero fu pronto a rispondere:

Credo che il Bar Gatto, in piazza Argentina, sia aperto. Ci stavo giusto andando”. Fu fortunato; era aperto davvero, e quasi vuoto. Fece un rapido calcolo dei soldi che aveva in tasca, poteva permettersi di offrirle il pranzo in un bar.

Sembrava così strano, passeggiare al fianco di una donna appena conosciuta, faceva parte di una normalità a cui aveva rinunciato da tempo. Ciononostante, mentre mangiavano seduti a un tavolino del locale piacevolmente fresco, la conversazione scorreva spontanea, un poco banale e frammentaria, come era giusto tra due estranei che, nel frattempo, si soppesavano a vicenda lasciando che quella bizzarra giornata seguisse il suo corso.

Miranda era elegante e di aspetto curato, un trucco leggero ammorbidiva il viso squadrato ponendo in risalto gli occhi color nocciola e la bocca generosa, il caldo castano dorato dei capelli era certo frutto delgli artifici di un bravo parrucchiere. Veniero pensò che l’effetto d’insieme fosse assai gradevole e ritenne che dovesse avere più o meno la sua età, portata molto meglio. Eppure, guardandola intuì una sbavatura incorreggibile, come una macchia che sbiadisce ma resiste,, pronta a riaffiorare guastando una superficie che aspira all’armonia.  Forse era la durezza che permaneva in fondo allo sguardo anche quando sorrideva, suggerendo il disincanto di chi ha smesso di illudersi e ha imparato a difendersi.

Anche Miranda tentava di inserire l’uomo con il quale stava pranzando dentro una categoria a lei nota, ma era complicato. Vedeva un bell’uomo un poco sciupato, alto e troppo magro, cortese e capace di esprimersi correttamente, sebbene piuttosto a corto di argomenti, nel complesso una compagnia piacevole. Tuttavia, aveva l’aria di essere fuori posto, anzi avulso, sempre e ovunque. Mostrava il medesimo sguardo diffidente e rassegnato di molti dei cani randagi accolti nel piccolo centro che gestiva, insieme ad altri volontari, al Ronchetto delle Rane. Che fregatura, se per un attimo aveva pensato a un’avventura balneare senza neanche spostarsi da Milano, quel paragone era in grado di avvilire qualsiasi (eventuale) tentazione.

Usciti dal Bar Gatto si ritrovarono nella calura densa; in lontananza si componevano illusioni ottiche, miraggi nel piatto deserto milanese.

“Bene, fine della pausa. Tornerò al caldo del mio appartamento solo per fare le valigie. Il condizionatore non funziona per un guasto elettrico – così sostiene l’installatore – e vai a trovare un elettricista a Milano, subito prima di ferragosto”.

Veniero le bloccò il passo, un sorriso fanciullesco disegnò una raggiera di rughe attorno agli occhi verdi.

“Ma no che non è difficile, ne hai uno davanti, e anche piuttosto libero da impegni.

Il malfunzionamento era davvero banale,ci voleva più tempo a smontare e rimontare che ad aggiustare;  Veniero la tirò per le lunghe valutando l’ambiente con curiosità dissimulata. Era un appartamento grande, arredato con una  commistione equilibrata di antiquariato importante e mobili moderni; tutto appariva raffinato e costoso; ed ecco di nuovo quella discrepanza, stavolta tra la donna e l’alloggio in cui viveva e che, per qualche motivo, non la rappresentava.

Miranda lo osservava lavorare con gesti lenti e sicuri, sembrava che in quella raffigurazione l’uomo e la sua ombra si fossero ricongiunti. Essendone lei stessa portatrice, sapeva fiutare a distanza il disagio esistenziale di certe persone.

Il tempo scorreva con insolita pigrizia, il silenzio interrotto da rare parole gettate un poco a caso per non smarrirsi ognuno nella propria solitudine.

Anche Miranda si guardava attorno: nonostante vi abitasse da vent’anni quel posto continuava a essere la casa di Gualtiero, un anno dopo la sua scomparsa. Non era mai stata casa sua, non lo sarebbe mai stata.

Nel 70, a venticinque anni, Miranda aveva lasciato Varese e i genitori adottivi (i quali si erano pentiti da tempo dell’ostinazione di pretendere un figlio), per seguire un fascinoso farabutto costantemente alla ricerca di soluzioni facili e veloci. Si erano conosciuti quando facevano entrambi gli spalloni per una banda di contrabbandieri che rifornivano di sigarette una porzione della piazza milanese. Poco dopo il trasferimento a Chiasso, Corrado si era avvicinato a un’organizzazione di malviventi di cabotaggio superiore, per conto dei quali ritirava e recapitava pacchi sul cui contenuto non poneva mai domande. Miranda se ne era tenuta fuori, accompagnandolo solo occasionalmente in alcune commissioni oltre confine, dove una giovane coppia passava più facilmente la dogana.

Aveva mantenuto le escursioni periodiche tra il Canton Ticino e Ponte Tresa o Porto Ceresio; preferiva guadagnare meno sapendo per cosa rischiava la galera.

Le cose filarono miracolosamente lisce finché, nel gennaio del ’75, con l’intento di garantirsi qualche anno di agi, magari all’estero, non avevano mirato troppo in alto. Miranda aveva sviluppato una singolare abilità nella guida veloce, sicché il giorno della rapina a una banca di Chiavenna faceva il palo su una Giulia Super intestata alla madre di un terzo complice. Erano maldestri e disarmati, la guardia giurata invece aveva una pistola e una mira precisa, perché li colpì alla schiena, uno dopo l’altro, mentre correvano fuori dalla banca con un sacco pieno di banconote. Dal punto in cui era parcheggiata, in posizione defilata per sfuggire al raggio d’azione delle telecamere, Miranda li vide cadere sul marciapiede, inseguiti da un uomo armato.

La prima reazione fu di sgomento: la paura era un rigurgito acido, i muscoli contratti e il cervello inceppato, ma temeva per la sua stessa sorte, non per quella del compagno, immobile sull’asfalto. Ormai aveva capito che l’infatuazione era scemata prima di diventare amore, rimanevano incastrati in un gioco di ruolo dal quale non volevano uscire, in parte per pigrizia, in parte perché non avrebbero avuto null’altro con cui dare un senso alle proprie esistenze. Così, si insinuò subito il sollievo. Ecco la via d’uscita da quella storia tossica, dai, che me la cavo anche stavolta, come nelle notti in cui passo il confine a piedi dal bosco, con un carico di sigarette di contrabbando. Allora ritornò lucida  e sorprendentemente fredda. Si allontanò con calma, mentre la polizia si avvicinava a sirene spiegate. Guidò fino a Chiasso, abbandonò l’auto nei pressi dell’abitazione del complice e tornò a casa a piedi. Il giorno seguente lesse la notizia della morte dei due rapinatori; quindi lasciò l’ammobiliato affittato dal suo compagno e salì su un treno per Milano con due grosse valigie.

Visse per qualche tempo nel terrore che la polizia venisse a cercarla, ma passarono i mesi e non successe nulla. Lavorava come cameriera in un bar in Piazza della Repubblica e fu lì che conobbe Gualtiero. Molto più anziano di lei (oggettivamente anziano, dato che aveva sessant’anni), talmente ricco da poter perseguire l’inoperosità per dedicarsi a cose assai più interessanti di qualunque professione, Gualtiero era l’ultimo maschio di una nobile casata milanese. Incominciò subito a farle una corte educata ma assidua, “potrei non avere più tanto tempo, perciò ti prego di perdonare la mia insistenza”, disse una sera, aspettandola all’uscita dal lavoro sulla sua Corvette  color carta da zucchero e con un enorme mazzo di rose rosse. Miranda aveva accettato di frequentarlo perché era un gentiluomo colto e allegro, affascinante e protettivo.

“Sposami, Miranda, e rendi piacevoli gli ultimi decenni della mia vita. Non pretendo altro”.

Era una proposta talmente inattesa e strampalata che disse di sì.  

Entrò nel mondo di Gualtiero – così diverso da quello conosciuto fino ad allora – all’improvviso, specie aliena introdotta forzosamente per capriccio e come tale recepita dall’ambiente: disprezzata dai pochi parenti, tollerata dagli amici e conoscenti solo per riguardo nei confronti di suo marito.

Benché lui non lo ritenesse necessario né importante, gli fu fedele per tutto il tempo del loro matrimonio, dapprima per rispetto e riconoscenza, poi per affetto, e quando si ammalò si prese cura di lui fino all’ultimo giorno. Non aveva mai capito se l’avesse amata oppure se avesse voluto garantirsi una compagnia piacevole nella vecchiaia, come aveva dichiarato, e non era così importante saperlo. Aveva vissuto anni divertenti e privi di preoccupazioni, erano stati compagni affiatati per tutto il tempo.

Dopo la sua scomparsa dovette affrontare l’ostilità aperta della sorella; tuttavia, Gualtiero aveva intestato alla moglie tutte le sue proprietà appunto per metterla al riparo da ritorsioni legali da parte di questa.

Miranda si ritrovò con molto denaro, un appartamento a Milano, uno a Montmartre  e una villa a a Saint-Tropez. Per riempire le giornate troppo vuote aprì il ricovero per cani randagi al Ronchetto delle Rane, finanziandolo per intero. Si sentiva più simile a quelle creature sventurate che agli amici di suo marito, i quali nemmeno le avevano fatto le condoglianze il giorno delle esequie. Era sempre rimasta uno sgradito corpo estraneo, finalmente potevano ignorarla del tutto. Però, i volontari che l’aiutavano al canile la consideravano una riccona annoiata che amava gli animali, quindi di nuovo un’estranea da tenere a una certa distanza. Dunque, non le rimanevano che i cani, e chissà se capivano i suoi sfoghi amari, quando glieli riversava addosso.

“…adesso è a posto”, disse Veniero, la prima parte del discorso non l’aveva sentita, assorta com’era nei suoi ricordi. Lo ringraziò e prese il portafoglio per pagarlo, lui intervenne subito, “ma lascia stare, è una sciocchezza. E poi sono in ferie e mistavo annoiando”.

“Ma ci hai lavorato tutto il pomeriggio, ti devo almeno una cena”, replicò lei, annaspando alla ricerca di una scusa per trattenerlo (stasera no, non voglio stare da sola anche stasera).

Lui non tentò nemmeno di sottrarsi. Dopo diverse telefonate senza trovare un ristorante aperto,  con quello che aveva in casa Miranda improvvisò un risotto accompagnato da un Soave fresco, funghi e salame sott’olio, gelato.

Ora le chiacchiere si affastellavano con naturalezza, nessuno dei due sembrava intenzionato a interrompere la singolare consonanza nella quale si componeva un’intesa non indotta dalle parole, semmai da una conoscenza istintiva e più profonda.

Ogni tanto Miranda osservava il suo ospite, la Lacoste di una taglia di troppo (era del Crespi, ne aveva talmente tante che della sparizione di una manco si sarebbe accorto) e i capelli, dritti e brizzolati, dal taglio un poco approssimativo. Si chiese da quale discontinuità geologica fosse uscito, poi rammentò un breve scambio con Gualtiero, avvenuto vent’anni prima, la sera in cui lui le chiese di sposarlo.

Forse dovresti conoscere la mia storia, prima di decidere…”, era stata la sua prima risposta, ma Gualtiero l’aveva bloccata con un gesto perentorio:

“Non è a me che devi spiegarla, né a nessun altro ma solo a te stessa”.

Avrebbe adottato il medesimo principio: per due superstiti che probabilmente non avevano mai imparato a vivere; l’ignoranza dei reciproci cataclismi costituiva l’assunto fondamentale per inventarsi un ruolo inedito nel quale, finalmente, riconciliarsi con se stessi.

Era ormai notte, si erano accomodati nelle poltroncine sul balcone. Tutte le luci erano spente per non attirare gli insetti, qualcuno sfrigolava sulle resistenze della zanzariera elettrica appesa al soffitto; la luna, offuscata da una patina afosa, rischiarava debolmente la scena.

“Veniero, hai detto che sei in ferie. Hai dei programmi?”

…se ho dei programmi? No, nessuno”, e Miranda s’immaginò che non si riferisse soltanto alle vacanze estive

“Vieni con me a Saint-Tropez. Partiamo domani, torniamo quando vuoi tu”.

Non aveva senso inventare delle scuse, non più. Scrutò il volto dell’uomo nella penombra, le parve di scorgere un sorriso, non di compiacimento o di soddisfazione, piuttosto di contentezza genuina, quella di chi vede delinearsi una speranza.

Si salutarono con una stretta di mano che divenne un abbraccio goffo, un bacio a sfiorare appena la guancia, preludio di una notte di comune insonnia, agitata più da risposte che da domande. Perché prima o poi bisogna trovarle, per spiegarsi la propria storia e tenersela alle spalle.

Veniero riposò per qualche ora, poi uscì lasciando l’appartamento come lo aveva trovato; prelevò solo un paio di camicie e di pullover leggeri del Crespi che gli andavano abbastanza bene. Mancava poco all’alba; la casa di Miranda era ancora buia ma si dileguò più in fretta che poté.

Dopo un veloce passaggio da via Ferrante Aporti per infilare altri indumenti in una sacca, andò a salutare il Brioschi.

“Starò via per un po’, Eugenio. Ho conosciuto una donna, andiamo in Costa Azzurra”

Il vecchio gli rivolse una vaga occhiata acquosa, poi si riscosse dall’apparente torpore:

“O bella, e la Maddalena? Tra un po’ vi sposerete, te lo ricordi?”

La moglie del Brioschi scosse il capo sconsolata e Veniero, dopo alcuni vani tentativi di dialogo, se ne andò chiudendosi un’altra porta alle spalle.

La villa di Saint-Tropez era protetta da un giardino con piante ad alto fusto, un sentiero digradava fino a una piccola spiaggia privata. Stranamente, non era arredata con il lusso raffinato della dimora in via Tadino, bensì con pochi mobili rustici e molti oggetti artigianali provenienti da diversi Paesi. Miranda parlava spesso dei suoi viaggi in giro per il mondo con il marito scomparso, raccontava storie interessanti e aneddoti divertenti. In principio dal suo tono traspariva una certa incredulità, come se non fosse del tutto convinta di avere davvero visitato quei luoghi e vissuto quelle esperienze; con il passare dei giorni la sua narrazione divenne sempre più convinta, a tratti commossa: si stava riappropriando di una parte di sé a lungo ritenuta fittizia, addirittura usurpata.

Veniero confessò che il luogo più esotico che avesse mai visto era Patti, il paese dei suoceri dove, insieme alla moglie, trascorreva la settimana di ferragosto, rammentando il passeggio serale sul lungo mare con le ragazze giovani scortate dai fratelli

Quel tratto della Costa Azzurra aveva smarrito l’aspetto smagliante degli anni giovanili di Brigitte Bardot e, benché vivesse di ricordi, sembrava che bastassero per alimentarne la fama di ambiente seducente e sofisticato. Miranda e Veniero preferivano la quiete isolata della villa, le chiacchiere lente, l’avvicinarsi senza fretta e con una serie di riserve da sciogliere una dopo l’altra, oppure da mantenere, porte chiuse con un cartello vietato l’ingresso.. Intanto, ricomponevano i capitoli delle rispettive esistenze attribuendo loro la giusta collocazione.

Veniero manteneva una posizione guardinga, pronto a ritornare al suo rifugio ai Magazzini Raccordati, al Diurno Venezia, alla sua vita in strada; proprio per questo intendeva apprezzare ogni singolo momento di quella digressione insperata, iniziata in una stramba vigilia di ferragosto.

Un giorno Miranda gli espose il suo progetto di ampliamento del ricovero per i cani. Poiché molti di quei randagi erano troppo vecchi o brutti perché qualcuno li adottasse, voleva eliminare quelle orribili gabbie e allestire spazi ampi con dei ripari adeguati, magari protetti da recinzioni elettrificate simili a quelle usate dai proprietari del fondo confinante, nel loro piccolo allevamento di cavalli. C’era abbastanza spazio, avrebbe assunto un paio di collaboratori fissi e anche un giovane veterinario perché i volontari erano discontinui.

“Avrò bisogno di un coordinatore, una persona fidata disposta ad abitare al Ronchetto. Naturalmente, oltre all’alloggio offrirei un compenso adeguato all’impegno”.

Spiegò che la proprietà comprendeva una casa colonica divisa in due unità abitative che aveva già ristrutturato arredandone una per sé, mentre l’altra era vuota. Gli chiese se poteva essere interessato.

“Pensaci con calma. Se accetti, andiamo dal mobiliere e scegli quello che ti piace, visto che sarà casa tua”.

Come diceva sempre Maddalena, prima o poi le cose migliorano, Magari non oggi e nemmeno domani, ma senz’altro dopodomani. Povera, ingenua Maddalena, alla fine aveva ragione: il tardivo dopodomani di Veniero ora appariva a portata di mano.

Dopo qualche tempo l’ex vagabondo, dotato di una carta d’identità aggiornata con la nuova residenza, non mostrava più l’espressione sconfitta e l’aspetto frusto dei randagi di cui aveva imparato a prendersi cura con amorevole solerzia.

Miranda trascorreva sempre più tempo al Ronchetto; arrivò la sera in cui non tornò a dormire a Milano.. Dopo quella sera ce ne furono molte altre, finché non si trasferì nella casa in campagna e vendette l’appartamento di Gualtiero.

Da quel momento in poi, e per molto tempo, Miranda e Veniero si presero cura l’uno dell’altra con affettuoso riguardo, coscienti della buona sorte di poter cogliere un’altra, sorprendente occasione.

“…allora, alla fine te ne vai anche tu, Bruno”

“Ma sì, Rosanna, ormai se ne sono andati tutti e io sono decrepito come questo posto.  che chiudano il Diurno e vada in malora con quello che c’è dentro. Perché finirà così, vedrai, Quanti ricordi, però…e chissà poi che fine ha fatto quel mezzo vagabondo…com’è che si chiamava?

“Il Pagani! A me piaceva, quel tipo. Dunque, è sparito dalla circolazione nel…’95, mi pare, siamo nel 2003, mi sa che non gli è mica andata bene”

“Non rattristarti, che magari ha vinto un terno al lotto e sta meglio di me. Dai, già che sei qui aiutami a portare via ‘sta roba. Adesso, ho fretta di andarmene anch’io”.

Since time began I know my prayer’s in vain

But for a second, I’ll pretend

That I can start today again…

(“ If I could star today again”, Paul Kelly)

Fin dall’inzio dei tempi so che la mie preghiera è vana

Ma per un secondo farò finta di credere

Che oggi posso ancora ricominciare.